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Convento con Chiesa sotto il titolo di S. Giovanni a Gajano de’Frati.

 

Posto al confine tra Casapulla e Casagiove, il convento di S. Giovanni a Gaiano, con annessa chiesa, sorgeva in un territorio, alle pendici del Tifata, da sempre noto con il toponimo di “gaiano”. Le prime citazioni del monastero e della chiesa di S. Giovanni a Gaiano risalgono al XIII secolo d.C. Ciò non vuol dire, tuttavia, che quel complesso religioso non sia sorto in epoca anteriore, avendo per altro una storia poco nota e per certi versi alquanto burrascosa. Quel che è certo è che il monastero venne soppresso il 28 settembre 1655 per decreto di papa Alessandro VII, ad opera dell’arcivescovo di Capua Camillo Melzi, come ricorda lo storico Franceco Granata. A giustificazione del severo provvedimento della Santa Sede, il Granata porta l’inosservanza della regola e l’ospitalità offerta ai malviventi da parte dei religiosi che vi risiedevano. Non si sa in origine quali religiosi lo occupassero, pare che fossero i Domenicani; è certo invece che all’epoca della sua soppressione vi dimoravano i Gesuati, un ordine istituito nel 1360 dal beato Giovanni Colombini e soppresso a sua volta nel 1668. In seguito alla soppressione del convento, una campana e parte degli arredi sacri della chiesa di S.Giovanni a Gaiano furono trasferiti nella chiesa di S.Elpidio in Casapulla, dove si trovano ancora la medesima campana e la cinquecentesca statua di S.Giovanni Battista. Ancora il Granata, che scrisse nel 1766, riferisce che a quel tempo di tale complesso monastico restavano “in piedi le Mura della Chiesa, e del Convento, mezzo dirute”. Intanto si può esser certi che ancora un settantennio dopo, almeno la chiesa del monastero doveva essere in qualche modo funzionale, se è vero, come risulta dai documenti, che nel 1837 essa fu usata come luogo di sepoltura per i Casapullesi morti a causa della violentissima epidemia di colera scatenatasi in quell’anno. E’ noto, inoltre, che i Casapullesi si recavano in processione presso il cenobio di S.Giovanni a Gaiano portandovi la statua di S.Elpidio, patrono del paese.

I resti del convento attualmente visibili insistono su un terreno di proprietà privata e sono seminascosti da un fitto groviglio di vegetazione, erbacce e rovi, superato il quale si offrono alla vista i ruderi di quella che probabilmente doveva essere la chiesa annessa al convento. Si possono notare i resti della parte terminale della navata e della zona absidale. Gli ambienti sono coperti da volta a botte e illuminati da finestroni. Nelle pareti laterali si aprono nicchie che dovevano contenere statue. Sulla destra si nota un corridoio coperto a volta, che forse metteva in comunicazione la chiesa con il convento

Le strutture sono molto deteriorate, ma conservano notevoli resti di affreschi che dovevano ricoprire interamente le pareti. Si possono notare anche sovrapposizioni di affreschi e intonaci di epoche successive. Appena entrati sulla sinistra vi è un affresco, probabilmente databile al 1500-1660, raffigurante forse una stazione della via Crucis (Gesù aiutato a portare la Croce). Nei punti in cui l’affresco è scrostato, è possibile vedere le tracce del disegno preparatorio sullo strato di intonaco sottostante. Sulla parete a destra dell’abside si trovano gli affreschi meglio conservati: un tondo con l’immagine del Cristo, affiancato dalle figure di due arcangeli, probabilmente databili al XIII-XIVsec. D.C.

 

 

 

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Feste e Tradizioni

 

La festa, dal latino Festum, forma arcaica di Feriae, la sospensione dal lavoro in onore della divinità, rappresenta fin dall’antichità un elemento di divisione e di controllo del tempo. La sua origine è da collegare ad un avvenimento mitico di cui si vuole conservare il ricordo nella storia. Una comunità, celebrando con speciali riti il giorno festivo, segna un momento di separazione di un periodo dell’anno da un altro e differenzia il tempo ordinario delle attività pubbliche e private, da quello straordinario delle celebrazioni e delle commemorazioni. In origine era il succedersi delle stagioni e il calendario delle attività agricole a scandire le feste più importanti dell’anno. L’alternanza della morte e della rinascita, presenti nel ciclo agrario, si possono ritrovare a livello simbolico in tutte le manifestazioni, sacre o profane, del calendario festivo del mondo pagano. Con la cristianizzazione si assiste ad un lento e graduale processo sincretico, ad un mimetismo delle feste della Chiesa che spesso si sovrappongono, trovando una ideale continuità, a quelle in onore degli dei. Nel corso dell’anno, in Italia si svolgono un gran numero di feste, di rievocazioni storiche, di commemorazioni, di processioni religiose, di fiere e sagre; non esiste paese che non abbia la sua festa patronale, alcune di antica origine, altre più recenti. Le celebrazioni più rilevanti e diffuse sono comunque quelle legate al calendario liturgico della Chiesa, che fin dal II-III secolo ha fissato le date solenni da ricordare anche nel calendario civile. La Pasqua è una delle feste cristiane più antiche, dalla cui fissazione (ovvero la domenica seguente al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera) dipendono molte altre importanti ricorrenze, come ad esempio la Pentecoste. L’Epifania prima, ed il Natale dopo, furono introdotte più tardi. Attorno a queste date solenni furono poi fissate, sia come preparazione, che come conclusione, molte altre feste. La Quaresima, il periodo di sei settimane preparatorio al Battesimo che avveniva alla vigilia della Pasqua, conserva nel tradizionale rito dell’aspersione il valore di rigenerazione per il passaggio ad una nuova vita, per mezzo della Redenzione che la Pasqua rappresenta. Tutti i rituali legati all’acqua, benedetta e non, praticati in questo periodo, sono da mettere in relazione ad un significato di purificazione. Molteplici e non sempre chiari sono i simbolismi presenti nelle feste tradizionali italiane, che scandiscono con regolarità il "tempo quotidiano", sopravvivendo faticosamente alla modernizzazione, e che, nell’imporre pratiche e divieti e nella loro spettacolarizzazione, esprimono il sacro e il profano nella forma più immediata e popolare. Uno degli aspetti essenziali del "tempo festivo" è in ogni caso la periodicità e la eccezionalità dell’evento da festeggiare, che rompe i ritmi della vita lavorativa. La trasgressione e gli eccessi sono ammessi solo in un tempo breve e ritualizzato, come ad esempio durante il Carnevale, festa in cui il caos è ammesso solo in quanto alla fine si ricostituisce l’ordine primitivo. La celebrazione della festa è comunque un importante elemento di identificazione e di coesione della comunità che, abitualmente dispersa, si ritrova nel giorno stabilito per parteciparvi secondo rituali stabiliti, semplici o complessi che siano.

 

Calendariali

La festa ha una funzione regolatrice, poiché definisce, nel ciclo dell’anno e nel ciclo della vita, le occasioni di celebrazione collettiva di eventi significativi, per la società e per l’individuo. La festa è quindi strettamente collegata al calendario. Originariamente, nelle società contadine e tradizionali, le feste calendariali corrispondevano alle fasi del lavoro agricolo e ai relativi cicli stagionali. Ai rituali di carattere stagionale, tipici delle società agricole precristiane, si sono spesso sovrapposti gli eventi festivi del calendario liturgico. Nella religione cattolica il ciclo dell’anno viene scandito da un susseguirsi di festività, che rappresentano ritualmente il contesto mitico-simbolico sul quale si fonda la fede: le feste religiose hanno infatti la funzione, attraverso la ricorrenza e la ripetizione, di produrre e regolare il sistema di credenze e di valori al quale appartengono. Si possono considerare feste liturgiche per eccellenza quelle feste, a data fissa o mobile, che hanno la caratteristica di essere identificate immediatamente con un determinato istituto liturgico cattolico, come il Natale, la Pasqua, la Pentecoste, il Corpus Domini e così via, che ripropongono i temi fondamentali della fede. Ma nel calendario festivo dell’anno, oltre alle ricorrenze della liturgia cattolica, vi sono feste nelle quali non prevale l’elemento religioso: il Capodanno, il Carnevale, le feste primaverili sono eventi di fondamentale importanza nel ciclo annuale, che rappresentano una "sacralità" non riconducibile a forme ufficiali di religione, le cui radici si possono individuare nelle espressioni religiose di tipo arcaico precristiano, ricche di rituali agrari e propiziatori.

 

Mariane

Tra le feste del calendario liturgico risultano tuttora molto vive e assai partecipate le feste mariane. Uno dei motivi è il rilancio del culto della Madonna ad opera delle istituzioni ecclesiastiche. Le feste mariane sono sempre collegate a uno spazio sacro, costituito dalla chiesa edificata sul luogo dove si è verificato il miracolo, in seguito all'apparizione della Madonna. In molti casi la festa mariana rientra nel ciclo delle feste patronali estive, soppiantando per alcuni aspetti la festa del patrono. Al culto partecipano soprattutto i membri della comunità appartenenti al luogo dove sorge la chiesa che conserva l'immagine sacra. Altre volte, soprattutto quando il culto ha forti elementi magico-terapeutici, la chiesa diviene un vero e proprio santuario, dove il giorno della festa si recano in pellegrinaggio i fedeli, provenienti da aree geografiche molto ampie. Generalmente le feste mariane si svolgono nel mese di maggio e nel periodo estivo tra agosto e settembre.

 

Patronali

Le feste patronali fanno parte del calendario liturgico: generalmente sono a ricorrenza fissa, ma in alcuni paesi, soprattutto negli ultimi anni, la festa del santo patrono viene spostata nella giornata di domenica, per permettere una maggiore partecipazione. Ogni città o paese ha un suo santo patrono, che difende e protegge gli abitanti e il territorio. Nella tradizione popolare il patrono è specializzato per la protezione dagli eventi negativi e per la cura di determinate malattie: San Biagio per il mal di gola, Sant'Egidio per i terremoti, San Rocco per la peste e così via. Oggi il ricorso al santo, per porre rimedio a questi eventi o prevenirli, è meno significativo, ma la festa patronale viene celebrata da tutta la comunità: la partecipazione collettiva consente agli individui di riconoscersi, attraverso il culto del santo, come appartenenti a un medesimo gruppo e a una medesima cultura, favorendo in tal modo il senso d’identità.

 

 

 

Fonte

www.ambientece.arti.beniculturali.it

 

 

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cappella

 

 

 

 

 

 

 

Fondata da Alicordio Natale nel 1627 come testimonia la lapide posta sulla porta principale della cappella:

 

QUAM AEDEM DEI A PRIMA ORIGINE IMMACULATAE

ALICORDIUS NATALIS SIBI ET IANUARII FRATIS

FILILIS IOSEPHO V.I.C. ET S METROP ECCL.

CAMPANAE CANONICO MAIORI POENITENTIAARIO

POSTERISQUE EORUM AN. CI..CXXVII

COSTITUITA DOTE EXSTRUXERAT EADEM VETUSTATE

SQUALENTEM FRANCISCUS ANTONIUS NATALIS

EIUSD ECCL METROP CANONICUS

ET IACOBUS GERMANI FRATRES

DEMORTUISQUE FRATRIS FILIUS HERENNIUS

ABNEPONTES TRENEPOSQUE M. AURELII TUM ET

VINCENTIUS MARIA NATALI SIFOLA V.I.C.

MARCELLUS MARCHIO ET CARMINIUS

FRATRES ITIDEM GERMANI SUPRASCRIPTI

M. MARCELLI ABNEPOTES

AERE CONLATO LAXATIS SPARIIS ELEGANTIUS

A FUNDAMENTIS RESTITUERUNT AN CI.I.CCLXXXIX

 

Nel XVIII ne erano padroni Felice e Bernardo Natale. Questa Cappella, fin dal suo nascere, fu motivo di parecchie controversie, tra il parroco di Casapulla D. Antonio Della Valle e D. Alicordio Natale. Infatti, quando questi costruì la Cappella, il suddetto parroco mosse molte pretenzioni in favore dei suoi diritti parrocchiali. Il fondatore, allora, fece ricorso alla S. Congregazione dei Riti in Roma, ed ottenne da essa una decisione favorevole. Il parroco, da parte sua, volle impedire a D. Alicordio di seppellire i morti nella Cappella, in quanto situata fuori della Chiesa parrocchiale. Al che,il Natale fece nuovo ricorso a Roma, da dove la S. Congregazione dei Riti, il 31 marzo del 1629, decideva: “Curatus Casalis Casapullae Capuanae Diocesis non posse prohibere Alicordio Natali ejusdem Terrae, jus sepulturae pro se, et successoribus in Ecclesia per ipsum edificata, reservata tamen quarta funerali proprio parocho”.Nonostante queste decisioni, D. Alicordio esitò tanto nel seppellire i morti nella sua Cappella, qualora infatti, il parroco, invitato, non avesse voluto partecipare ai funerali. Perciò, il 22 dicembre del 1629, la S. Congregazione dei Riti ribadiva: “Si Curatus requisitus interesse recuset, vel petitam licenzia deneget, posse in dicta Ecclesia tradi sepulturae supradictorum corpora sine ipsius interventu, et licentia” Il parroco, inoltre, pretendeva che si celebrasse la Messa nella Cappella del Natale, solo dopo che si fosse celebrata nella Chiesa madre. Intervenne nuovamente la S. Congregazione dei Riti, la quale decise: “Curatus Casalis Casapullae non posse prohibirelicordio Natali, ejusdem Terrae, quod non celebretum Missa in dicta Ecclesia Alicordii Diebus Festivis ante Missam Parochialem”Una nuova pretenzione del parroco fu la richiesta che in quella Cappella non poteva somministrare il sacramento della penitenza. Nuovamente la S. Congregazione dei Riti rilasciava al vescovo di Capua, Girolamo Costanzo (1627-1635) la seguente decisione:“Licere approbatis ibi audire Confessiones absque licentia Parochi.”In questa Cappella fino la se. XVIII si venerava una insigne reliquia della veste della Madonna, che fu donata al Canonico Giuseppe Natale, Penitenziere Maggiore della Cattedrale di Capua, con autentico documento, dalle Monache di S. Giovanni in Capua. Oltre all’altare maggiore,consacrato all’Immacolata Concezione, nella Cappella vi sono altri due altari laterali dedicati a S. Antonio Abate di Vienna, anticamente in possesso dei Natale, e S. Stefano Menicillo (Macerata Campania 935-Caiazzo 29 ottobre 1023). Ciascuno di questi altari laterali possiede un dipinto, raffigurante il santo a cui l’altare stesso è dedicato. Quello a destra (da chi entra dalla porta maggiore) è l’altare di S. Antonio Abate, che ha alla base la seguente epigrafe:

 

DIVO ANTONIO ABBATI

CARMINIUS NATALIS SENIOR

UT VOLUNTATI BEATRICIS DE CAPRIO

UXORIS SANCTISSIMAE

OBSEQUERETUR

AN. CI.I.CLXXXIX

 

L’altare fu fatto costruire da Carminio Natale, per volontà della moglie Beatrice di Caprio, nel 1679.L’altro altare, a sinistra (da chi entra dalla porta maggiore) è dedicato a S. Stefano Menicillo, primo vescovo e patrono di Caiazzo, come riporta l’epigrafe sotto il dipinto, raffigurante il santo:

 

DIVO STEPHANO

EPISCOPO CAIACENSI

EX GENTE MINICILLA

COMPRATONI

MAIORUM SUORUM

COGNATO SANCTISSIMO

POSUERUNT AN. CI.I.CCLXXXIX

 

Attualmente la cappella è in possesso della Confraternita dell’Addolorata, a testimonianza l’epigrafe posta sulla porta della sacrestia.

 

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Il presepe della parrocchia di S. Elpidio

Posto al di sopra dell’altare detto del “Presepe”, ma che fino a due secoli fa veniva chiamato della “Natività”, il presepe sorge in una camera della chiesa parrocchiale di S. Elpidio Vescovo. Con atto notarile datato 8 dicembre 1649 ed avvenuto per mano del notaio Sebastiano Buonpane, viene ricordata la fondazione della Cappellania del suddetto altare, voluta da Marc’ Antonio de Natale. La dote complessiva di tale Beneficio fu costituita da un capitale di circa 2208 ducati, con reddito annuo di 169 ducati, da dividersi in porzioni uguali ai tre Cappellani, salvo a concedersi 10 ducati in più, in tutti i futuri tempi, al primo investito dei tre. Il patronato lo ebbe il fondatore riservato prima a sè stesso, da trasferirsi, dopo la sua morte, il dritto della nomina e presentazione, per una parte alla signora Dionora de Natale sua nipote, e per ciascuna delle altre due parti, ad uno delli suoi parenti di casa Natale più stretto e più antico, delli loro figli mascoli tantum e non delle femmine, cioè di ogni parte di essi lo primogenito, alli quali abbia a competere in futurum, toties quoties casus occurrerit, jus praesentandi li Cappellani alle Cappellanie predette, e tutte le altre onorevolezze e prerogative, che competono a patroni; riservando all'Arcivescovo di Capua, come de jure, la spedizione delle Bolle. Qualora poi mancasse alcuna delle dette parti, o tutte e tre queste parti, questo Juspatronato di presentare i Cappellani alle Cappellanie predette sia degli Economi della Venerabile Cappella del Monte dei Morti, sita dentro la detta Parrocchialechiesa di Casapulla. Come in effetti, per mancanza di quelli, rimase a questa,in seguito di tempo, il dritto di tale presentazione.

Il 31 ottobre 1786 fu nominato Cappellano del Presepe l’illustre concittadino Mons. Michele Natale , con documento del notaio Pasquale-Francesco d'Amico: “Nominatio ut infra etc. «Die trigesima prima mensis octobris, quinta lnd. ne, anni millesimi,septingentesimi octuagesimi sexti, in Casali Casapullae de Capua etc.” e ne rimase fino al 1796, prima della nomina come Vescovo di Vico Equense.

1)Gli oneri e pesi annessi alle stesse tre Cappellanie furono i seguenti:

Doversi celebrare da ciascuno di essi, ogni anno, 200 Messe, tra le quali, tre di gloria e tre di requie, da dividersi tra loro: le tre di gloria da celebrarsi nelle festività del Natale, della Circoncisione e della Pentecoste: e le tre di requie nella Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nell'anniversario della morte di esso Marc’Antonio, e nell'altro della sua moglie Geronima Fiorella; rimanendo salvi gli altri legati di Messe lasciati dalla sua defunta figlia Isabella. A condizione però, che, in tempo delle dette Messe cantate, debbano rimanere accese sull'altare 14 candele, quelle del peso di sei a libbra; e tutte le dette 200 Messe debbano essere celebrate pere essi Cappellani proprii nel proprio altare del SS.o Presepe, eccetto in caso d'infermità e di malattia, potendo allora soltanto farle celebrare da altri.Che tutte le candele in servizio delle dette Messe, compresa la torcia per il tempo della elevazione e paramenti all'altare, siano fomite dai Cappellani medesimi.In tutti i giorni festivi di precetto, dal mattino a mezzogiorni, debba rimanere accesa una lampada nella Cappella.Il servizio immediato alla Cappella si faccia per eddomanda da ciascuno dei tre Beneficiati.Ogni riparazione della Cappella debba esser fatta a loro spese.Dalle loro entrate debbano esser pagati annui ducati 8 al lacono o sacristano di loro dipendenza.In ogni notte seu giorno della festa della Natività di nostro Signore Gesù Cristo debbano pigliare a loro spese le ciaramelle e zampogne, che debbano suonare sopra lo detto altare, qualsivoglia anno in perpetuum, alle quali ciaramelle e zampogne essi Cappellani debbano spendere da dieci a dodici carlini in basso, e non più.


2) Il presepe segue le linee compositive tradizionali che volevano le scene della natività posta in una grotta o fra ruderi. I pastori seguono la tradizione che vuole la presenza di una serie di personaggi tipici.

La struttura, in legno e sughero, è formata da una grotta,in cui siede un pastore, e da un antico rudere al cui interno è la stalla con la mangiatoia in cui giace il bambino, con accanto il bue e l’asino. Presso l’arco d’accesso la madonna, con i suonatori di zampogna e ciaramella, e San Giuseppe, con accanto il re moro. Gli altri pastori sono sparsi. In tutto conta 16 elementi, più 4 angeli sospesi e varie teste di cherubini, i 2 cavalli ed il dromedario dei Magi, 5 pecore, bue ed asino. Animali in terracotta, figure con teste, mani e piedi in terracotta, corpi a manichino.

 

 

 

1)Gabriele Iannelli, Cenni biografici di Monsignor Michele Natale, Vescovo di Vico Equense

2)  Archivio corrente SBAPSAE di Ce e BN

 

 

 

 

 

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Fu edificata, con il titolo di San Nicola dei Principi, nel XVII secolo per volere di Nicola Maria Buonpane. La famiglia Buonpane è anch’ essa tra le più antiche e nobili famiglie di Casapulla, come testimoniano anche gli archivi parrocchiali a partire dal Cinquecento. Infatti, la cappella fu edificata nei pressi del Palazzo dei Marchesi Buonpane, da non confondere però con la Cappella di San Giuseppe costruita, nel 1704, da Giulio Antonio Buonpane (1664-1733), adiacente allo stesso Palazzo e arricchita da diversi privilegi pontifici.Nella cappella è conservata una statua di San Nicola che era nella chiesa di San Nicola ad Montes, eretta nel 1107, secondo alcuni storici, dai monaci cassinesi sul Monte Tifata. Distrutta la cappella di San Nicola, l’arcivescovo del tempo (XVI secolo), concesse la statua alla famiglia Buonpane, con l’obbligo di costruire una cappella. L’interno è arricchito da una pregevole tela raffigurante la Madonna, nell’iconografia dell’Assunta, in presenza dei Santi Andrea e Nicola, riconoscibili dagli attributi caratterizzanti, infatti il primo, a sinistra è raffigurato con la croce di Sant’Andrea appunto e il secondo con abito vescovile e pastorale e le tre palle d’oro nella mano sinistra. Tra il 1823 e il 1825 fu oggetto di un ampio intervento di riammodernamento per volere di Nicola Buonpane, su disegno dell’architetto Pietro Tramunto di Santa Maria Capua Vetere. Autore, nel 1809, del riattamento del monumentale Palazzo Melzi a Santa Maria Capua Vetere per la trasformarlo da Mensa vescovile a Tribunale. Da diverso tempo è conosciuta dai casapullesi come Cappella di Sant’ Antonio in quanto è sede della Confraternita di Sant’ Antonio da Padova, fondata nel 1921.

 

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